martedì, ottobre 16, 2007

Su questo Pd è stato detto tutto, la mia personale opinione è che sia un bene per l’Italia che il baricentro si sposti sempre più a destra, l’alternanza provocherà meno danni di oggi.

Il nuovo partito centrista, liberal-cattolico-socialista-ambientalista e chi più ne ha più ne metta,sarà come Veltroni, non farà quasi nulla ma lo farà con stile.

Aspettiamoci perciò un partito buono, ma che più buono non si può, pronto a non scontentare nessuno e ad accontentare tutti, senza una precisa identità.

In questi giorni si è detto che il partito sarà “nuovo” e questa parola è stata ripetuta fino all’ossessione e se, per i metodi, non si può che applaudire, se non altro il tentativo, per gli ideali tutto puzza di già visto e già sentito.

Il partito del “ma anche” punta ad essere simpatico a tutti e a non scontentare nessuno, per questo non mi attendo nulla di buono.
In Italia, non c’è bisogno di eliminare le contrapposizioni, ma di crearne, non è la concordia a mancare ma la concorrenza.

Simpatia e riformismo non vanno di pari passo, il riformista è antipatico perché tocca i privilegi, le corporazioni e le clientele.

Il vero riformista lo sa e se ne assume i rischi.

Il partito democratico non sembra avere voglia di farlo.

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mercoledì, ottobre 03, 2007

Qualche giorno fa mentre facevo la mia personale rassegna stampa mi è capitato sul monitor un terribile articolo.

Pare che Sandro Bondi abbia scritto una lettera al corriere, per dire quanto Forza Italia sia favorevole ad una  legittimazione di un modello di economia sociale di mercato, efficiente e capace di equità sociale”.

Ora, leggere la parola “sociale” per ben due volte nella stessa frase mi ha provocato un senso di disgusto tale che ho dovuto cancellare la cronologia, formattare il disco fisso e cospargere il pc di acqua benedetta per evitare di ripetere, anche inavvertitamente, questa esperienza.

Il problema sarebbe però del tutto personale se non fosse che la persona che pronuncia questa eresia è il coordinatore nazionale del partito più grande di Italia quello, per capirci, che si autodefinisce liberale e che ogni tanto millanta(va) di volere rivoltare questo sciagurato paese come un calzino.

Oggi lo stesso partito dice che “I nostri valori sono definiti dalla cultura di un maturo liberalismo sociale e cristiano” ,modello altrimenti detto del “tengo famiglia” di democristiana memoria

A questo punto, visto che tira aria di elezioni nel 2009, se questa è la linea del partito, se i Martino, i Della Vedova e i Brunetta non alzeranno la testa, se dopo cinque anni si è giunti alla conclusione che questo paese è sostanzialmente irriformabile, lasciamo perdere il tentativo di far cadere Prodi, lasciamolo vivacchiare come sta facendo, almeno, non ci si illude che ci sia davvero qualcuno che abbia la volontà di cambiare.
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mercoledì, ottobre 03, 2007

Da alcuni anni, finita l’ondata emotiva dell’undici settembre, ci si sta iniziando a chiedere se, davvero sarà Eurabia, se, insomma, l’Europa sarà destinata a diventare islamica entro la fine del secolo.

La tesi, agitata come uno spauracchio da parte della destra europea, è stata recentemente discussa da alcuni studiosi con parecchi numeri e statistiche che sembrerebbero suggerire che per il vecchio continente “ha dà passà à nuttata”, tra questi consiglio questo articolo di Piombini.

Analiziamo punto per punto perché:

chi sostiene la tesi dell’Eurabia generalmente cita il fatto che nel Nordafrica e nel Medio Oriente i tassi di natalità siano di molto superiori a quelli della riva opposta del Mediterraneo.

In realtà se andiamo ad analizzare gli andamenti demografici degli ultimi dieci anni notiamo come la situazione sia di un deciso decremento dei tassi di natalità nei paesi islamici ed un deciso aumento di quelli europei.

Citiamo qualche numero: il Marocco,nazione da cui provengono la maggior parte degli immigrati islamici attualmente in Italia, ha un tasso di natalità pare al 2,1% della popolazione, l’Egitto del 2,5%.

Questi numeri mostrano un saldo soltanto leggermento positivo, destinato ad esaurirsi a breve.

Bisogna poi considerare che in questo momento storico i paesi del terzo mondo hanno una crescita di molto superiore, mediamente, a quella dei paesi sviluppati, dunque sul lungo periodo le cause economiche che determinano l'emigrazione da quelle nazioni andranno scemando.

Se andiamo poi a vedere i paesi mediorientali la situazione è soltanto leggermente diversa, la Siria è al 3,3%, la Giordania al 3,6% e tutto sembra suggerire che diminuiranno ancora.

A questo punto bisogna considerare il tasso di nascita degli stranieri residenti, di qualsiasi etnia essi siano.

Anche qui le sorprese non mancano, le preoccupazioni maggiori sono relative al calo delle nascite che, sorpresa, negli ultimi anni sembrerebbe interessare anche gli immigrati che tenderebbero a fare sempre meno figli, in questo senso sono interessanti le parole del demografo Finzi  la natalità tende a diminuire man mano che l’immigrazione si consolida. È sufficiente lo scorrere del tempo e non è questione di integrazione. Lo si è verificato in tutti i paesi dove ci sono stati dei flussi migratori. La natalità tende inevitabilmente a calare e nel giro di 60 anni diventa uguale a quella del paese d’arrivo”.

A questo dobbiamo aggiungere i dati di oggi:

sembra infatti che la maggior parte dell’immigrazione dell’anno scorso sia arrivata dai paesi dell’est, dato confermato dal fatto che,tra degli immigrati presenti in Italia, siano musulmani solo il 40% del totale senza contare che, secondo un sondaggio del corriere di luglio, tra quelli che vogliono rimanere in italia la maggioranza sia composta da Latino Americani ed Est Europei.

Tutto bene insomma? Niente barbuti Ulema né donne velate nel nostro futuro? Sembrerebbe di sì ma vanno considerati tre elementi di non secondaria importanza:

Se è vero che la natalità nei paesi arabi è in calo, esistono ancora forte sacche di”boom” demografico nel mondo islamico, penso al Pakistan (circa cinque figli per donna), o la fascia subahariana, come Sudan, Mali e Ciad, paesi da cui, in futuro, potrebbe arrivare una quota crescente di immigrazione musulmana.

Le conversioni in Europa aumentano, l’anno scorso in Germania dalle 1000 conversioni si è  passati a circa 4000, si tratta ancora di numeri piccoli ma in inevitabile crescita per via dei matrimoni misti.

In Europa stà avvenendo un fatto nuovo, nel nord Europa esiste un fortissimo fenomeno emigratorio, del tutto nuovo e di inquietanti quantità.

Si parla ad esempio di un milione di persone che ha lasciato l’Inghilterra dall’inizio del secolo, dieci volte in più di quelle che sono partite nel decennio precedente, fenomeni analoghi avvengono in Germania e Olanda.

Insomma, c’è da preoccuparsi, ma senza allarmismi, ciò che è certo è che avremo a che fare con consistenti numeri di islamici in una società sempre più complessa.

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lunedì, settembre 24, 2007

Che per la sinistra radicale non si risolva tutto con le armi ci è ormai chiarissimo, che la presenza delle truppe aggravi la situazione è notorio, che la presenza dei nostri soldati sia illegittima è certo, che quella in Afghanistan non sia una missione di pace l’abbiamo capito, ma quale sia la loro alternativa rimane un mistero.

I sinistri radicali, hanno impostato la loro politica estera sul pacifismo, ideale senz’altro nobile ma del tutto privo di qualsiasi utilità quando si tratta di trasferire la retorica della contrarietà alla guerra con quella della gestione delle relazioni internazionali.

Ora, dopo la scomparsa di due soldati italiani, Diliberto ha detto che è arrivato il momento di ritirare la nostre truppe dall’Afghanistan, in quanto siamo brutti, sporchi, cattivi e la popolazione ci odia.

Sebbene abbia qualche ragione sull’ultimo punto, quello dell’odio covato non troppo nascostamente da una grossa parte della popolazione afghana per gli stranieri,continuo a non capire il perché venga detta una frase simile in questo momento.

Insomma, non ci vuole un genio a capire che se gli Italiani si ritirassero i talebani rialzerebbero la cresta anche con gli altri militari, né è difficile comprendere che anche solo ventilare questa ipotesi, mentre ci si prepara ad una trattativa per la liberazione, è un suicidio diplomatico.

Inoltre non si capisce come un ritiro possa migliorare la situazione dell’Afghanistan, paese in cui il governo cerca di estendere la sua debole autorità sul maggior numero di zone possibili, né si comprende la motivazione che avrebbe questa partenza, visto che non c’è un paese al mondo libero, né un governo, qualsiasi esso sia, che contesta la presenza di truppe in quel paese.

Insomma, capisco che si debba accontentare un elettorato ormai deluso e ideologizzato, che ha sostituito le categorie della razionalità con quelle dell'emotività ma si abbia, almeno, il buon gusto di tacere in questo genere di momenti.

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lunedì, settembre 24, 2007

La sinistra in questi ultimi anni sta attraversando una terribile crisi culturale per capire cosa vuole fare da grande:

Le posizione in campo sono sostanzialmente tre:

La prima, che chiameremo “Corriere della sera”, prevede che, data il fatto che la destra si definisce conservatore, ed è quindi contraria ad ogni cambiamento, la sinistra dovrebbe incarnare il riformismo ed abbracciare il liberismo, unico mezzo per distribuire uguaglianza tra il popolo.

Questa ipotesi ha due difetti:

Il primo, dirsi conservatori non vuol dire vagheggiare una mitica Arcadia con pastorelli e caprette in cui il dio Pan girovaga per i campi suonando il flauto, a meno di chiamarsi Massimo Fini, ma significa avere un atteggiamento scettico nei confronti della religione del progresso.

Secondo, liberismo e uguaglianza il più delle volte fanno a cazzotti, in quanto è il mercato, intrinsecamente discriminante, a segnare differenze tra le persone. Se invece si parla di uguaglianza di condizioni, contro posizioni di rendita e associative, allora bisognerebbe spiegarlo anche al lavoratore licenziato per un fallimento aziendale su cui non ha alcuna responsabilità,telefonare cgil, cisl e uil.

La secondo ipotesi, detta “Beppe Grillo”, prevede la rifondazione della sinistra attorno a temi vecchi: ecologismo, critica al liberalismo, statalizzazione dei servizi primari (come l’acqua), diritti dei lavoratori, critica agli Stati Uniti, e scarsa simpatia per il clero, e nuovi: democrazia diretta, diritto di veto dei popoli sulle infrastrutture,centralità della giustizia, critica all’europeismo, e all’immigrazione selvaggia.

Una sorta di miscuglio tra estrema destra ed estrema sinistra, molto utile in tempi di opposizione ma più difficile da maneggiare in tempi di governo.

La terza ipotesi, detta “Franco Giordano”, propone che la sinistra faccia semplicemente quello che ha sempre fatto.

Questa ipotesi ha un solo difetto, le ricette che propone non funzionano.

Non che prima funzionassero, semplicemente essendo stata sconfitta l'ideologia che le giustificava si sono ridotte ad un perdente pragmatismo.

Se oggi le categorie sociali del blocco del PCI,hanno tre problemi:

il fatto di guadagnare poco, quello di avere paura ad uscire la sera nel suo quartiere e quello di non potere garantire al figlio un futuro migliore del suo.

Offrirgli in cambio qualche spicciolo rubato al “padrone” con le tasse, immigrazione clandestina e una scuola pubblica mediamente inefficiente è un eutanasia culturale.

La cosa bella di tutto questo è però vedere un giorno Amato atteggiarsi a Rudy Giuliani de Noartri, l’altro Asor Rosa dimettersi da intellettuale di sinistra, l’altro ancora Grillo applaudito alla festa dell’unità dopo avere fanculato i Ds, e poi il Corriere scrivere editoriali al governo con Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione per spronarlo ad accettare la logica liberista, Nicolais che propone di assumere un solo impiegato nella pubblica amministrazione dopo tre prepensionamenti e tutti giù ad insultarlo.

Insomma, qui non si tratta di crisi della politica, corruzione e mal governo, qui si tratta di una crisi culturale profonda, della morte della retorica del compromesso per l’impossibilità, ormai manifesta, di decidere tenendo assieme posizioni così differenti nella stessa alleanza in un momento in cui, invece che diminuire, le distanze aumentano a vista d’occhio.

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mercoledì, settembre 12, 2007

Nel ridente paese della pizza e del mandolino succede che ad ogni nuovo governo si ripeta l’interessantissima polemica sulla Rai e sul servizio pubblico.

La trama funziona così: l’opposizione si lamenta del fatto che la maggioranza stia occupando tutto il consiglio di amministrazione con uomini delle sue fila e il governo risponde sostenendo che l’opposizione dovrebbe baciare il terreno dove cammina il ministro della comunicazione per quanto democratico si sia dimostrato con loro.

Oggi, per la cronaca, è successo che Prodi abbia piazzato uno dei suoi uomini al c.d.a. e che la destra abbia gridato al golpe o cose del genere.

Il problema di fondo è che la Rai è una azienda pubblica e come tale, per definizione, non funziona, specialmente in Italia.

La Rai. è pubblica perché dovrebbe fare servizio pubblico, che tradotto significa che la radio televisione italiana dovrebbe insegnare qualcosa ai suoi telespettatori.

Ora, la stessa definizione di “servizio pubblico” fa acqua da tutte le parti,perché puzza di paternalismo lontano venti chilometri, cosa dovrebbe insegnare una televisione pubblica? Come si fa a discriminare ciò che giova al pubblico e ciò che lo danneggia? Cosa è cultura e cosa no?

Semplicemente non si può, è soggettivo, lo può decidere solo il pubblico.

Il  problema sarebbe esclusivamente di filosofia politica se non fosse che per garantirci questo assurdo servizio che nessuno di noi ha scelto di avere paghiamo il canone oltre, ovviamente, alle tasse.

A questo punto è inutile chiedere lottizzazioni più o meno eque, pluralismo e garanzie, la Rai va privatizzata e basta.

Se lo stato vorrà trasmettere, ad esempio, le sedute parlamentari,basterà una sola rete governativa.

Fino a che questo non avviene faranno benissimo le varie maggioranze a gestire la rai come “cosa loro”, d’altronde la legge glielo permette, ma ci concedano almeno il sacrosanto diritto di non pagare il canone, come avviene, da alcuni anni, per la telefonia.

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mercoledì, settembre 12, 2007
... succede anche questo.
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mercoledì, settembre 12, 2007

Nawaz Sharif, ex primo ministro del Pakistan, è arrivato in Pakistan dopo otto anni di esilio.

Il suo arrivo, osteggiato da Musharraf, dal 1999 a capo di una dittatura militare, è stato permesso grazie alle delibera del presidente della corte costituzionale che ha decretato la possibilità per Sharif di fare ritorno in patria.

Sullo sfondo di questo ritorno in patria si delineano i complicati giochi di potere dello stato Pakistano, legati a componenti etniche,politiche, religiose ed internazionali

Dal punto di vista Etnico il Pakistan è popolato dai Sind residenti nella zona di Karachi,nel sud, provenienti dall’India e generalmente molto poveri,dai Punjabi, che abitano il centro del paese,e che rappresentano la classe dirigente, essendo il gruppo etnico più numeroso,dai Pashtun, abitanti nelle aree al confine con l’Afghanistan, nel nord e dai Beluchi, piccola comunità residente nella zona sud-ovest vicino al confine con l’Iran.

Il gruppo dei Sind e quello dei Punjabi, i più numerosi, hanno sempre combattuto tra di loro per la leadership del paese.

Il governo di Musharraf, nato proprio per riconciliare le etnie Punjabi e Sind, dopo un periodo di intense guerre civili, che videro proprio l’avvicendarsi di Bhutto (Sind) e Sharif (Punjabi) negli anni ottanta e novanta, si è sempre posto in un ottica nazionalista ed accentratrice.

 Questa politica si è svilippata in opposizione dei Beluchi e dei Pashtun, sostenitrici di un sistema federale e, in alcuni casi, di idee separatiste, essendo entrambi presenti anche nei paesi confinanti: i Pashtun in Afghanistan e i Beluchi in Iran.

Sullo sfondo di tutto questo si intravvedono anche questioni di carattere religioso.

I Barlevi, seguaci di un islam moderato, vicino al sufismo, sono il gruppo più numeroso tra i Punjabi e sono generalmente poco interessati a questioni politiche, essi hanno costituito la base d’appoggio del governo Musharraf, rappresentando il 70% della popolazione pakistana.

I Deobandi invece, vicine alle posizioni fondamentaliste, sono i padri putativi dei talebani, essendo il più delle volte Pashtun, proprio come i Talebani e contrari all’autorità di Musharraf.

Il ritorno di Sharif, che negli ultimi anni della sua dittatura aveva cercato l’alleanza coi Deobandi Pashtun in funzione anti Sind, favorendo l’instaurazione del regime talebano,cercando di adottare la legge islamica, progetto poi fallito per volere di Musharraf e portando il numero delle moschee a 10000,dalle circa 3000 che erano, rappresenta un aperta sfida all'ordine vigente.

Ed infine vanno considerati alcuni fattori internazionali:

gli Stati Uniti, temendo un insurrezione di carattere islamista, stanno cercando di ottenere un accordo tra Bhutto, rappresentante di un partito socialista sostanzialmente laico e Musharraf, per permettere una discreta stabilità e una  graduale marcia verso la democrazia.

E’ovvio che in tutto questo l’arrivo di Sharif sconvolge i piani di potere, tuttavia il Pakistan è sempre più una polveriera che rischia,da un momento all’altro, di esplodere.
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venerdì, settembre 07, 2007
Mentre a Roma il governo iniziava a discutere della legge finanziaria per il 2008, a Cortina d'Ampezzo si discuteva del costo della politica.

C'è una curiosa tendenza, specie qui nell'operosa Milano, capace da sola del 10% del PIL del Paese (ma ormai abbandonata da chi "produce" per davvero e non fa solo spostare masse di denaro, le fabbriche) e unico, seppur flebile, spiraglio di collegamento all'Europa: considerare gli sprechi di Roma, che ci tassa e poi "mangia" i nostri soldi, ed ignorare completamente gli sprechi di Milano, che ci tassa egualmente (e pure ad un ritmo da carica, visti gli sconvolgenti dati dell'aumento delle imposte locali).

Ebbene, nella mezza calura di fine agosto si scopre che per i consiglieri regionali è scattato un nuovo adeguamento del salario, che in Lombardia ammonta ad una cifra compresa tra i 9mila ed i 10mila euro. L'aumento è di 340 euro mensili, che fanno circa 4000 euro all'anno, per ogni singolo consigliere.
Certo, a vedere questi numeri si può restare un poco interdetti, non sono poi così distanti da quelli dei parlamentari, sebbene questi abbiano, almeno nominalmente, una responsabilità immensamente più importante, che investe l'intera Nazione, e non solo una sua regione. Ma a fronte di un succoso stipendio, si sa, a Milano si lavora, tanto e sodo. E' sempre stato così. Ma lo è ancora?

In ossequio al detto "tutto il mondo è paese" così non dovrebbe essere più..... ed infatti così non è!

Si scopre, invece, che in due anni e mezzo, dal 6 giugno 2005 al 27 luglio 2007, le sedute del Consiglio Regionale sono state 65, una miseria, una ogni due settimane (!). Al confronto il più piccolo, limitato ed oberato di meno carico di lavoro, Consiglio Comunale di Milano, stravince, avendo effettuato 83 sedute nello stesso periodo, e per un corrispettivo largamente minore.
Ma oltre a riunirsi poco il Consiglio, alcuni consiglieri si prendono ulteriori libertà, disertando più e più sedute. "oh beh, ma così facendo non verranno pagati per le sedute che saltano" si dirà, giustamente indignati. Ed in effetti è questo il caso, ad esempio, di Bebo Storti, consigliere regionale in forza ai Comunisti Italiani, che su 65 tenutesi ha partecipato solo a 35 di esse, risultando "assente" nelle altre 30. Storti, per ogni assenza, ha visto svanire 200 euro di diaria dal suo salario, per un totale di 6000 euro in 2 anni e mezzo.

Il trionfo della giustizia sociale contro un fannullone comunista? Oh no.... perché forse questo comunista risulta essere uno dei pochi consiglieri onesti, per quanto fannullone. Esiste infatti un pratico escamotage per poter salvare capra e cavoli: il congedo.
Il congedo, garanzia concettualmente ineccepibile, consente di far salva la diaria (ed di non decurtare lo stipendio) nel caso in cui l'assenza dalla seduta del Consiglio sia dovuta a cause di forza maggiore riconosciute dalla legge regionale: malattia, motivi familiari, motivi personali, motivi istituzionali. Come si fede le categorie definite sono molto elastiche ed interpretabili, e ricordano un po' le giustifiche di mamma o papà quando non si andava a scuola... quei "motivi familiari" sul libretto delle assenze erano una sorta di celebrità planetaria, uno scudo spaziale capace di parare qualsiasi colpo gobbo ci avesse aspettato il giorno dell'assenza.
Peccato che, se a scuola sia necessaria, almeno fino ai 18 anni, la firma di un maggiorenne per rendere valida una così generica causa di giustificazione, per il Consiglio Regionale basta una telefonata da parte del diretto interessato:

"Pronto segreteria del Consiglio?" "Si?" "Sono il consigliere Tizio, oggi non sarò presente per motivi familiari." "Bene consigliere Tizio, la sua diaria di oggi verrà comunque conteggiata a fine mese..."

Ed ecco che così scopriamo il trucco, evidentemente ben conosciuto, e sfruttato da consiglieri quali:
  • Ettore Albertoni (Lega Nord), che ne ha usufruito, in due anni e mezzo, ben 22 volte (totale: 4400 €), non risultando mai "assente", anche le 22 volte che in aula non c'era. Possibile che in due anni e mezzo, con una riunione, in media, ogni 15 giorni, non sia mai stato assente per malattia ma solo per motivi contemplati dal "congedo"? Mah...
  • Gian Piero Borghini (Forza Italia), che he ha usufruito per 19 volte (totale: 3800 €) in due anni e mezzo, ma è risultato "assente" (e quindi ha perso la diaria) per 6 volte. Dimenticato di avvisare del congedo o consigliere onesto? Il sistema è garantista, per cui si presume sia un consigliere onesto, ma visto il sistema così "comodo" qualche dubbio resta...
  • Massimo Guarischi (Forza Italia), che ne ha usufruito per 13 volte (totale: 2600 €), facendosi segnare come "assente" 2 volte, e perdendo quindi diarie per un totale di 400 euro;
  • Roberto Formigoni (Forza Italia), che ne ha usufruito 19 volte (totale: 3800 €), con 2 "assenze" (diarie perse per 400 €); va doverosamente e giustamente detto che Formigoni è anche Presidente della Regione, e per questo è oberato da molteplici impegni istituzionali, irraggiungibili da qualsiasi altro consigliere. Lho inserito in questa lista per far notare che se lui che è quello di gran lunga più impegnato fa 19 assenze per motivi compresi nel "congedo" è difficilmente spiegabile che Albertoni ne faccia 22. E un semplice metro di paragone quindi.
Appare quindi che Bebo Storti, per quanto assenteista, sia un assoluto onesto, visto che, pur avendo amplissimi margini di copertura, fornitigli dai blandi limiti di applicabilità del "congedo", mai ne ha usufruito (ed avrebbe potuto, se ne avesse usufruito, salvare ben 6000 €, che il contribuente avrebbe dovuto spendere).

Lungi da me l'idea di svolgere una attività prettamente di parte, sebbene l'elenco dei "malfattori" presentato contenga solo esponenti del centro-destra, sono sicurissimo che anche nelle fila del centro-sinistra siano presenti flotte di opportunisti parassiti che, insieme ad altrettanti colleghi di centro-destra, succhiano avidamente denaro dei lombardi, non presenziando alle riunioni del Consiglio Regionale, già scandalosamente rare, con la faccia tosta di ritenere pure di avere comunque diritto alla retribuzione, sacrosanta per i presenti.

I presenti "veri" perché c'è anche chi firma la presenza e poi fugge via. Un'altro bel modo per rubare soldi viscidamente, mentre magari si scappa nel proprio studio a fare altri lavori, prendendo ancora più soldi, mentre invece si dovrebbe essere in aula a discutere del bene e della sorte della Lombardia.
E' un problema ben noto in Università, nei seminari e nei corsi con obbligo di frequenza. In Università il problema è stato ben bene risolto: le firme si prendono a fine lezione, e non all'inizio o, ancor meglio, durante il clou della lezione (quindi dalla metà in poi del tempo totale), con il pescaggio random di alcuni nominativi alla fine di essa, per verificare che chi ha firmato a metà lezione sia poi rimasto fino alla fine. La pena? Essere dichiarati "assenti", con il rischio di perdere anche l'accesso al relativo esame, per la sessione corrente. Possibile che in Regione non abbiano ancora avuto un'idea quantomento simile?

Si, ci è arrivato Marco Cipriano (Democratici di Sinistra), Vice Presidente del Consiglio Regionale. Alla buon'ora! Comunica che è disgustosa anche la situazione delle commissioni, seguite da pochissimi affezzionati partecipanti, a volte anche solo il 10% dei componenti!

Ma, giusto per finire in bellezza, c'é fortunatamente anche chi il suo lavoro di politico lo prende sul serio, attivamente e con produttività; è il caso di questi consiglieri regionali:
  • Giuseppe Civati (Ulivo)
  • Achille De Capitani (Lega Nord)
  • Carlo Monguzzi (Verdi)
  • Paolo Valentini (Forza Italia)
  • Giuseppe Benigni (Ulivo)
  • Roberto Alboni (Alleanza Nazionale)
che non hanno mai saltato le sedute del Consiglio Regionale negli ultimi due anni e mezzo. Sulla carta, è vero, ma non c'é motivo di non fidarsi, sebbene i "firmatari mordi e fuggi" ci siano per davvero, visto che questa informazione è data dal Vice Presidente del Consiglio Regionale stesso.

Visto che tutti vogliamo e ci rempiamo la bocca di "federalismo fiscale", inneggiando ancora a "Roma ladrona", beh, vediamo prima di pulire i panni che abbiamo in casa, visto che, come è palese, ne abbiamo tanti, prima di fare proclami al vetriolo. Perché il problema riguarda tutti, destra e sinistra, e va risolto dalla parte sana di destra e sinistra, a scapito di quella marcia, sempre di destra e sinistra.


Codrus
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categoria:politica interna, attualitĂ , la repubblica italiana
venerdì, settembre 07, 2007

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha deciso di proibire la minigonna,in quanto simbolo dei valori occidentali nemici della rivoluzione socialista.

Noi in Italia aspettiamo ovviamente ondate di profughe controrivoluzionarie a cui concedere asilo politico.

P.S.   qui il video in cui Facco legge la direttiva di Chavez.

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venerdì, settembre 07, 2007

Il futuro candidato premier del centrosinistra, al secolo Walter Veltroni, ha dato parere positivo riguardo a v-day organizzato da Beppe Grillo domenica prossima.

L’idea del ex-comico, ora attivista dell’italia dei valori, è quella di raccogliere cinquantamila firme per impedire ai condannati in via definitiva di essere eletti, per non consentire la rielezione dei deputati per più di due legislature, per reintrodurre l’elezione diretta.

Ora, tralasciando il fatto i primi due quesiti hanno secondo me degli evidenti problemi di costituzionalità (ma non sono un esperto) e che comunque non mi trovano d’accordo perché lesivi del principio di rappresentatività, mentre concordo totalmente, per le stesse ragioni, con il terzo,  è davvero singolare il fatto che Veltroni dia parere ad un iniziativa che lo vede in aperta contraddizione con la sua storia politica.

Walter Veltroni è stato infatti eletto deputato nel 1987 al 1992, e, dopo la parentesi dell’unità, è stato tra i parlamentari del governo Prodi-D’alema-Amato, dal 1996 al 2001 e ora si presta a diventarlo come leader del partito democratico.(fonte wikipedia)

Se la legge di Grillo passasse non si potrebbe candidare.

Ma veniamo al punto dei condannati in via definitiva, e in attesa di giudizio, che Grillo vorrebbe escludere dalle pubbliche funzioni qualora la pena sia stata o sia definitiva.

Durante la segreteria dei DS Walter Veltroni, nel 2001, ha candidato Vincenzo Visco,condannato in via definitiva per abuso edilizio, Marone Riccardo, che era in attesa di giudizio per abuso d’ufficio e Augusto Rollandin, condannato per lo stesso reato ed eletto in Valle d’Aosta.(fonte dagospia,la lista si trova facilmente scrivendo su un motore di ricerca "condannati 2001 ds dagospia").

Tutti deputati che, se ci fosse stata la legge proposta da Grillo, con cui dice di concordare, non si sarebbero potuti candidare.

Ora, io non so, o faccio finta di non sapere, se questa trovata del V day sia legittima demagogia o un cambiamento profondo rispetto alla sua storia politica passata, tuttavia spero che Il Walter sottolinei con forza questa sua discontinuità nelle prossime occasioni pubbliche
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mercoledì, settembre 05, 2007

Nella mirabolante scuola italiana, famosa nel mondo per la sua qualità e la sua disciplina, succede che cinque ragazzi debbano fare la maturità a settembre per via dell’assenteismo di un professore che ha saltare il 72 per cento delle lezioni.

La vicenda già grottesca da sola, riesce però a raggiungere in scioltezza la farsa per tre ragioni:

La prima: gli alunni, cito tgcom, hanno dichiarato: “gli altri professori si vendicheranno”.

Delle due l'una: o i ragazzi stanno recitando il ruolo delle vittime o i professori sono dalla parte del collega assenteista, propenderei per entrambe.

La seconda: i genitori, attivata l’opzione “poveri figlioli indifesi” affermano: “non escludiamo di intentare un'azione risarcitoria nel caso in cui i nostri figli non ce la facessero".

Tradotto significa che il 60 politico non glielo toglie nessuno, quindi consiglio ai ragazzi di allungare le ferie.

La terza:nonostante le centinaia di ore di assenza, il professore è stato spostato in ambito amministrativo perché, evidentemente, licenziarlo sembrava brutto.

Ora per chiedere la destituzione si è dovuto muovere Fioroni  che ha avviato (badate bene, avviato) un provvedimento disciplinare a danno del docente.

La morale della favola è questa: in Italia abbiamo una scuola (o una parte di essa, cerco di essere fintamente politically correct)  in cui per licenziare una persona di deve muovere un ministro, i genitori parano il culo ai ragazzi a livelli indicibili, i professori solidarizzano con i fancazzisti e i ragazzi fanno le vittime.

Ora, la cosa ci fa schifo a tutti, o ci illudiamo che qualche ennesima controriforma risolva qualcosa o aspettiamo l’ennesima inutile "grida" o ci mettiamo in testa che il sistema scolastico così non funziona se non per la buona volontà di qualche insegnante.

Il motivo è che in un sistema pubblico è quasi impossibile stabilire una qualsiasi concorrenza perché l’insegnante bravo e l’insegnante assenteista riceveranno sempre il medesimo trattamento.

Allora a questo punto credo debba essere ripensata totalmente la scuola, penso a cose concrete, ad esempio:

1) Perché non si permette al preside di licenziare gli insegnanti nel caso non lavorino abbastanza? Perché non assegnarli la possibilità di gestire una parte dello stipendio degli insegnanti concedendo
premi ai tre o quattro più meritevoli?

2)Perché non si permette ai genitori di scegliere il preside della scuola tra i docenti presenti , rinnovando il mandato ogni anno, con la possibilità, tramite sfiducia della maggioranza, di licenziarlo nel caso non faccia bene il suo lavoro?

Costerebbe pochissimo ai genitori, che pagherebbero soltanto una parte dello stipendio del preside (quella in aggiunta alla sua paga di docente), lo stato ci risparmierebbe molto e permetterebbe alla scuola un salto qualitativo notevole.

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sabato, settembre 01, 2007
l Silvio, ad ogni benedetta estate, tra una festa in villa e l’altra, se ne esce fuori con l’idea del partito unico delle (centro)destre.

Il tutto è molto bello, visto che in Italia abbiamo una quantita di partiti spropositata, ed è molto necessario, visto che dall’altra parte,tra una discussione, un manifesto dei volenterosi  e un intervista, le oligarchie si sono già accordate.

Dalle parti di Versailles, altrimenti chiamata forza italia, in questi anni si affermato un sistema che, a leggere chi lavora nel partito, funziona tramite fatwe, prebende e nomine dall’alto, in eterna oscillazione tra plebisicitarismo e timidi tentativi di rendere il più grande partito italiano qualcosa di più simile a un movimento politico.

Il partito di plastica, come l’avevano definito all’inizio i suoi oppositori, è riuscito, nonostante tutto, a rappresentare le idee, i valori, la aspettative, i timori di otto, nove milioni di persone, e si ritrova ora nella difficile situazione di rappresentarle anche in futuro, quando non ci sarà più il capo, per ragioni anagrafiche.

A questo punto le alternative sono tre:

1)      Sperare che arrivi un altro Berlusconi  a salvare capre e cavoli, magari con i capelli rossastri e la parlata lombarda

2)      Strutturarsi come un partito serio, con correnti, congressi e dibattiti interni e,chissà, primarie.

3)      Fondare un partito nuovo con chi è disposto ad entrare.

L’ipotesi uno, che per comodità chiameremo  Brambilla, prevede l’investitura diretta del capo garantendo al Berlusca più longevità di un lifting,essendo la Maria Vittoria giovane,tosta, ma priva di esperienza, e quindi costretta ad aspettare che il capo molli la poltrona il più tardi possibile.

I vantaggi sarebbero avere la certezza che “el presidente” garantisca ancora qualche anno di similcoesione interna e di possibilità di governare per poi passare il testimone, ma incontra resistenze nel partito e perplessità degli addetti ai lavori sulle reali capacità della rossa di Lecco (senza contare quel poveraccio di Fini).

L’ipotesi due, altrimenti detta Scudo Crociato,  gradita ai personaggi in vista del partito, prevederebbe una democrastianizzazione del partito, un graduale passaggio cioè dal regno assoluto all’oligarchia.

Questa ipotesi porterebbe il partito ad assestarsi su un tranquillo 20% di voti consolidati e prevederebbe la classica creazione di clientele, sezioni e circoli ma farebbe perdere tutta la spinta innovatrice e antisistema che ha attirato, soprattutto i primi tempi, molte persone.

L’ipotesi tre, detta anche “G.O.P.” prevederebbe che si spinga davvero alla creazione del partito unico, magari con primarie.

Questa ipotesi ha un vantaggio su tutti, permetterebbe al piccolo Berlusconi futuro, comunque si chiami, anche Silvio Berlusconi, di vendere il prodotto denominato “politiche 2001”, quello della rivoluzione liberale su cui ci siamo tanto esaltati, con la possibilità di attuarla davvero.

Se Berlusconi cavalcasse il referendum, lasciando stare i timori della lega e dell’udc, che senza l’alleanza con la destra si scioglierebbero come neve al sole, avrebbe dalla sua l’unica vera discriminante che gli permetterebbe di ripresentare il programma del 2001,ossia la sua attuabilità e, nel caso dell’udc, il nemico numero uno a cui additare la realizzazione solo parziale.

Se si continua così, tra notai, brambille, silenzi, fucili, rivolte fiscali, non si va da nessuna parte, ma si fa solo una discreta e, visti i tempi, giustificata demagogia.

postato da: Teokon alle ore 13:58 | Permalink | commenti
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sabato, settembre 01, 2007

Il mio soggiorno dalle parti della perfida Albione, altrimenti detta Inghilterra, mi ha dato modo di conoscere un pochino più da vicino David Cameron, candidato premier del partito conservatore inglese.

Il personaggio fino a qualche mese fa veniva definito uno dei leader della destra moderna e compassionevole, un po’ Sarkozy un po’ Blair,  uno che girava con la bicicletta e con il giovanile i-pod, che era pronto a prendere il posto del giovane Blair, perché più giovane del giovane Brown e molto più figo di quest’ultimo.

Insomma, roba da riempirci la pagina degli esteri del corriere, con tanto di editoriali della Rodotà su destra pop e cravatte in tinta, se non fosse che da qualche tempo a questa parte il giovane Cameron è di ben otto punti dietro a Gordon Brown e del partito laburista.

Così, giunto sull’isola, pochi giorni dopo il mio arrivo, vedo comparire in televisione una sua intervista, fatta da anonimi cittadini con domande non filtrate (prendere nota autori italiani, grazie!) e decido di gustarmela.

Cameron è molto alla mano, affabile, carismatico, ben pettinato e completamente a suo agio davanti alle telecamere, nulla a che vedere con quell’orso bisbetico di Gordon Brown, e risponde, nel poco tempo a disposizione senza nessun imbarazzo.

Tutto perfetto, quindi, eccetto i contenuti.

Cameron, nella mezzoretta scarsa che gli era stata dedicata, mi è sembrato rincorrere tutti e tutti, nemmeno fosse Veltroni sciorinava di migliore assistenza e di tasse più basse e responsabili, di Europa ma non troppo, di Occidente ma senza dimenticare i paesi poveri, di America, ma senza piegarsi come Blair, di valori e famiglia, ma con un occhio agli omosessuali, dando ragione a tutti.

Insomma, il ragazzo è bravo ma non si applica ed è ancora troppo confuso.

Come ha sentenziato quel liberaldemocratico del mio professore di conversazione: “poor cameron, he is very difficult position”, stretto com’è da un Labour che ormai della sua vecchia collocazione a sinistra gli è rimasto solo il nome, scippando in allegria i valori del partito conservatore tradizionale e un partito che non ha ancora deciso fino in fondo se lui è il cavallo vincente su cui puntare, costretto a ricrearsi un' identità.

In una situazione così bisognerà aspettare i prossimi mesi, Cameron ha annunciato novità in campo economico, bisognerà vedere se sarà in grado di dare risposte più convincenti e meno confuse dell’intervista che ho visto, se lo farà, credo, avrà qualche opportunità in più di vincere.

postato da: Teokon alle ore 13:57 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, agosto 30, 2007
Ieri sera, dalle 18 alle 19:30 si è svolto, nell'ambito del programma di eventi "Cortina InConTra", un dibattito tra il segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino, ed il Presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini.

Lasciando perdere, almeno al momento, la questione tasse, pure affrontata lungamente durante l'incontro, voglio soffermarmi sulla questione della legge elettorale, e del relativo referendum. L'evento di ieri da sicuramente uno slancio interessante per discuterne.

Il referendum, come sicuramente si saprà, si compone di tre quesiti:
  • premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera dei Deputati
  • premio di maggioranza alla lista più votata al Senato della Repubblica
  • abrogazione della possibilità di impostare le cd "candidature multiple"
Volendo semplificare le cose, si può subito dire che il terzo quesito, sulle candidature multiple, non desta nessun tipo di perplessità od obiezione, non essendoci, credo, giustificazioni possibili adducibili per sostenere la sopravvivenza di questo sistema, sebbene a mio parere con questo quesito si elimini una semplice "postilla", nulla di esageratamente importante, che occupa a mio parere lo stesso posto che ha il maquillage su un corpo umano.

Veniamo invece ai due quesiti più importanti, riguardo al premio di maggioranza. Si intende, con ambo i quesiti, eliminare la possibilità per i partiti di coalizzarsi per formare un raggruppamento di liste, che concorrono a raggiungere l'appetito premio di maggioranza. Questo meccanismo si vorrebbe sostituito con uno, alquanto simile, che, invece che potersi applicare sia a singole liste che a coalizioni di liste, si potrà applicare solo ed esclusivamente a singole liste.

Sistema teoricamente ineccepibile, applicato alla nostra realtà produce molteplici conseguenze, tra le quali: (1) i singoli partiti e partitini, incapaci di raggiungere quote superiori al 31.27% (ottenuto dall'Ulivo alle elezioni politiche 2006), dovranno forzatamente unirsi in due o più listoni capaci, in potenza, di superare gli altri raggruppamenti.
Ciò produce due problemi:
  • la presenza di almeno 3 liste alle elezioni potrebbe portare, in un regime comunque proporzionale quale è quello della legge, ad una situazione per cui nessuna delle 3 liste contendenti riesca a raggiungere il 50%+1 dei voti validamente espressi. In questo caso, non potendosi raggruppare le liste, è dubbio cosa la legge consenta di fare. Ipoteticamente pare che la lista che primeggia sulle altre abbia diritto al premio di maggioranza, giungendo così a governare. Una cosa assolutamente rivoltante, che ricorda vagamente il sistema elettorale fascista, e che comunque non collima con lo scenario politico italiano e con il sistema proporzionale. Si dirà che nel Regno Unito, ad esempio, funziona così. Ma il Regno Unito è un sistema dove esistono due partiti di grandi dimensioni, superiori anche al nostrano Ulivo, e poi alcuni sparuti e infinitesimali partitini, di scarsissima rilevanza. In più il Regno Unito applica un sistema elettorale maggioritario secco, che personalmente trovo ingiusto, ma che in ogni caso non può trovare cittadinanza all'interno di un preesistente sistema proporzionale. Prendendo ad esempio i risultati delle politiche 2006, con la legge che si verrebbe a creare, alla Camera la lista dell'Ulivo, avendo ottenuto il maggior numero di voti (31.27%) delle singole liste, avrebbe potuto contare sulla maggioranza in parlamento, sebbene non fosse stata in grado di ottenere la maggioranza semplice dei voti validi (ma solo la maggioranza relativa). Questo è un potenziale vulnus importante, che andrebbe attentamente valutato prima di sbandierare convinte adesioni e sostenimenti a questi quesiti.
  • Una volta tenutesi le elezioni all'interno delle varie liste, vincitrice e perdente/i, potrà succedere qualsiasi cosa. Nulla e nessuno infatti vieterebbe, ed in ogni caso non potrebbe farlo la legge elettorale, che gruppi di parlamentari eletti si mettano insieme, decidendo di creare un singolo gruppo parlamentare (ad esempio, nessuno vietava ai parlamentari eletti alla Camera nella lista dell'Ulivo, di formare gruppi parlamentari DS e DL, invece di un gruppo unitario corrispondente alla lista elettorale). La spiegazione fornita a confutazione di questa possibilità è che, una volta eletti nel listone unico i vari parlamentari non potranno far valere pesi od estrapolare comunque dati che gli permettano di capire "chi sta con chi", requisito essenziale per trovare i consensi necessari per la formazione di un gruppo parlamentare. Un ragionamento assolutamente perfetto. Se fosse applicato con una generazione politica azzerata e totalmente composta da individui nuovi. Applicato al nostro sistema invece questo ragionamento traballa vistosamente e pericolosamente. Giusto per fare un altro esempio concreto, se Giordano e Russo Spena vengono candidati nel listone di sinistra, dopo aver sciolto il loro partito (o comunque dopo aver deciso di non farlo partecipare alle elezioni), e vengono eletti, una volta in parlamento potranno, insieme ad altri "ex-rifondaioli", formare il gruppo parlamentare di "Rifondazione Comunista", senza alcun problema (come naturalmente potrebbero fare Cicchitto e Brunetta per quanto riguarda Forza Italia, e così via per tutte le forze politiche attuali). In questo modo verrebbero vanificate e beffate tutte le migliori intenzioni di coloro i quali hanno ideato questi singoli quesiti, che soffrono di evidenti e gravi falle.
(2) non si capisce fino in fondo se, in Senato, il premio di maggioranza si tradurrebbe su base nazionale invece che regionale, come è oggi. Se così fosse, come sembra, si andrebbe incontro ad una incompatibilità costituzionale, la medesima già incontrata dal Parlamento, quando fu costretto a modificare la natura del premio per il Senato, in regionale da nazionale, per corretta indicazione da parte della Presidenza della Repubblica. Troverei stupido, oltre che inutile, perseverare ancora in una direzione già dichiarata impraticabile per contrasto con la Carta fondamentale, che da al Senato elezione a "carattere regionale", che un premio di maggioranza calcolato su base nazionale andrebbe nei fatti (e, a mio parere, anche nella forma) a sconfessare, senza averne la possibilità e l'autorità.
Queste due situazioni sono i principali motivi che mi hanno sempre e comunque reso contrario ai quesiti referendari proposti in questo referendum. L'unico quesito che, a mio parere, merita risposta positiva è il terzo, per quanto, come già detto, non tocchi questioni centrali del sistema elettorale oggi vigente. Quando si andrà al voto, se vi si andrà, per motivi di coerenza personale sicuramente andrò a votare, perché nessuno più di coloro che in passato hanno inneggiato all'astensione dai referendum incontra il mio biasimo ed il mio disprezzo, ma non potrò non esprimere il mio "no" ai quesiti 1 e 2, mentre per il 3 potrebbe profilarsi anche un giudizio positivo.


Codrus
postato da: Codrus alle ore 15:07 | Permalink | commenti (3)
categoria:politica interna, attualitĂ , la repubblica italiana
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